“Bullismo e cyberbullismo – come riconoscerli, come combatterli”

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“Bullismo e cyberbullismo – come riconoscerli, come combatterli”

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Cristina D'Aniello pm Ravenna

“Quando interviene la magistratura vuol dire che già c’è stato un fallimento. Del bullismo e del cyberbullismo se ne deve parlare prima, si tratta di fenomeni sociali ed educativi prima che giudiziari”. Parole che hanno una forza particolare se pronunciate proprio da un magistrato: Cristina D’Aniello, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Ravenna. Ecco perché D’Aniello lunedì 6 febbraio alle 20 aprirà la tavola rotonda nella sala Convegno a Classe, in via Classense 88, dal titolo, appunto “Bullismo e cyberbullismo – come riconoscerli, come combatterli”.

L’evento è organizzato dall’associazione Cuore e territorio in collaborazione con l’associazione genitori scuole di Classe e l’associazione genitori scuole di Fosso Ghiaia. Come spiega Giovanni Morgese, presidente di Cuore e territorio, “il problema è molto sentito: ci ha contattati il presidente del comitato dei genitori di Classe per sensibilizzare il mondo della scuola unendo più voci: all’incontro parteciperanno anche alcuni presidi delle scuole, il dirigente della Polizia postale Ivano Stasi e la dottoressa Agata Manfredi, psicoterapeuta”. Per Morgese l’attenzione va posta anche “sull’adulto che non recepisce l’esistenza del problema e del messaggio. Un’anomalia: si finge di non capire”.

Invece la questione ha risvolti importanti, che l’incoscienza dei ragazzini e la leggerezza di certi adulti porta a trascurare. Ecco che dunque entra in gioco il magistrato, figura che, spiega D’Aniello “serve per dare importanza a comportamenti che altrimenti uno pensa che sfumino nella marachella”. Dalle goliardate al codice penale il passo è breve: “C’è uno spartiacque importante: i 14 anni – chiarisce il sostituto procuratore -. Dopo sei imputabile, prima no. Ma non è che puoi fare ciò che vuoi. Compiuta la fatidica età, devi renderti conto che puoi essere indagato come un adulto con tutti gli strumenti invasivi che un’indagine della procura può comportare”.

bullismoD’Aniello va direttamente al punto e classifica una serie di comportamenti che l’immaturità dell’adolescenza porta a sottovalutare assieme alle conseguenze: “Quando hai 14 anni ci sono condotte che già di per sé sono reato: se picchi un compagno e gli prendi il cellulare e te ne vai quella è rapina, se lo fai con altre persone è rapina aggravata. Se meni una persona sono percosse, se gli fai male sono lesioni e può scattare l’arresto. Riprendere minori nudi col cellulare è pedopornografia. Anche se si tratta della fidanzatina”.

Assodato questo aspetto, ne consegue un’altra questione fondamentale da chiarire. Come circoscrivere il bullismo, quale significato dare a questo termine: “Ha un senso parlare di bullismo quando parliamo di ragazzini prima dei 14 anni – prosegue D’Aniello -. O per quelle figure che dopo i 14 anni hanno condotte illecite nel loro insieme ma non particolarmente gravi”.

Il bullismo infatti non è reato. O non lo è ancora: “Stiamo percorrendo la storia che ci ha portato alla scelta legislativa dello stalking – evidenzia il sostituto procuratore -. Prima esistevano reati verso la persona ma lo stalking ha avuto il pregio di ridurre ad unità una serie di condotte, dando illecità condotte disturbanti ma non penalmente illecite. Lo ha fatto spostando l’ottica dalle condotte alla vittima”. Il bullismo, poi, può essere solo l’inizio: “Uno studio ministeriale evidenzia che i ragazzi che per anni hanno fatto i bulli sono passati ad altri tipi di delinquenza”. Criminali in erba più che ragazzini vivaci, dunque.

E la colpa, grande interrogativo della nostra società, di chi è? “Nonostante si voglia dire che il bambino viene traviato da altri ambienti, è un problema di ascolto ed educativo delle famiglie. Se un bambino fa certe cose è perché a casa è passato un determinato messaggio. Quindi il genitore è correo”. Quanto alla tipologia di reati, in base all’esperienza alla Procura per i minorenni D’Aniello ha notato “che i ragazzi che provenivano da famiglie molto disagiate commettevano reati predatori volti alla sopravvivenza. I reati alla persona invece arrivavano da figli di buona famiglia”.

La famiglia, dunque: “Mi rendo conto che i genitori che cercano incontri come quello di lunedì prossimo sono genitori di vittime piuttosto che di bulli – conclude D’Aniello -. E’ difficile che il genitore di un bullo si autodichiari”.

 

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